Borgo Lupo

In the middle of nowhere in Sicily, a small hamlet was built up from fascists to let people farm the area. 70 years later everything is abandoned, and only 2 old couples still live there with their animals, lost in a total sad loneliness.

But free.

Mostra fotografica - Photo exhibition "Borgo Lupo - Il villaggio abbandonato" - Photos of Davide Ragusa - Curated by Domenico Amoroso

A cura di Domenico Amoroso:

 

Nel 1939, in un’ Italia ancora profondamente rurale, il regime fascista iniziò una nuova fase nella politica agraria di sostegno alla mezzadria denominata “assalto al latifondo”, che portò alla fondazione di alcuni piccoli borghi destinati a diventare centri di servizi del futuro appoderamento delle aree incolte. In Sicilia nacquero otto Borghi, minuscoli ma dotati di strutture urbane: la chiesa, la canonica, la casa del fascio, la caserma, la casa sanitaria, locali per artigiani, la trattoria, la farmacia, l’ufficio dell’Ente di colonizzazione, la scuola rurale. 

Gli otto Borghi, uno per provincia, furono intitolati alla memoria di medaglie al valor militare e a martiri fascisti. Borgo Pietro Lupo, in provincia di Catania, frazione di Mineo, fu realizzato su progetto dell'architetto Filippo Marino e ufficialmente fondato nel 16 dicembre del 1940. 

Prese il nome dal tenente di fanteria catanese Pietro Lupo, medaglia d'argento al valor militare, martire della guerra d'Africa, nella battaglia di Giabassirè, Etiopia, nel 1936; più volte abbandonato e poi ripopolato, oggi è in completo degrado poichè nessuna istituzione ha interesse a riqualificare strutture che presentano solo costi di manutenzione; rappresenta perciò drammaticamente la fine di un mondo millenario sopravissuto a se stesso.

E' popolato da animali in completa libertà, dà ricovero a macchine ed attrezzi agricoli ed è frequentato temporaneamente da pochissime persone, silenziose e schive da sembrare presenze fantasmatiche. 

Nel solitario paesaggio di colline rivestite solo dal verde intenso del grano appena nato, l'occhio spazia sino alla possente mole dell’ Etna: il vento porta a volte un lamento, a volte il brusio di voci scomparse per sempre.

 

Davide Ragusa (n.1987), specialista in Comunicazione Pubblicitaria ed Istituzionale, in una stringatissima nota autobiografica si definisce “ siciliano di Caltagirone”, emiliano per studi e connotazione esistenziale, vivente ad Amburgo dopo tappe intermedie ad Oslo e San Francisco. 

Sobriamente, ma non senza il sospetto di volere emotivamente prendere le distanze da ciò che è tutt’altro che un hobby, si dichiara “non fotografo, ma solo un appassionato di cio’ che un mirino e qualche impostazione riescono ad immortalare per sempre”. 

Ricco invece di una significativa esperienza fotografica, di ricerche e meditazioni sulla nostra realtà, spesso considerata dalla parte della marginalità sofferente e straniera, ha incontrato Borgo Lupo ed ha voluto rappresentarlo.

In realtà è, e si rivela, fotografo attento e curioso, consapevole che c'è nell'esperienza visiva qualcos'altro rispetto a quello che banalmente ci si presenta davanti: è il guardare, ovvero la possibilità di spingersi oltre il puro sapere. Intuisce, e ne fa uso prezioso, che davanti all’obbiettivo c’è sempre qualcosa di meno e qualcosa di più di ciò che appare; che l'invisibile è parte costituente e determinante del visibile. La macchina fotografica scopre i limiti del proprio efficiente funzionare; anch'essa di fronte all'ignoto, incontra le radici profonde, arcaiche del nostro sapere.

Cosa abbia particolarmente colpito Davide Ragusa, portandolo a costituire con Borgo Lupo quel rapporto privilegiato che è indispensabile a creare la triangolare simbiosi: soggetto, oggetto, apparecchio fotografico, non è facile nemmeno ipotizzare. Forse la scarnita, quasi spettrale immagine della Sicilia e del suo mito, l’epifania maternale e archetipica. Il mondo ancestrale degli antenati. Il tutto ridotto a pura essenza nel crudo abbandono degli uomini, ma con una bucolica poeticità, dolce e struggente insieme.

Con le sue immagini, dalla controllata, consapevole tensione metafisica, presenta le dimenticate architetture, le strade, gli oggetti di una quotidianità che il presente rende surreale, i vaganti animali, rivalutati come reperti archeologici e fissati con un chiaroscuro intenso, profondità di prospettiva e la precisione elegante dell'inquadratura.

Per questo Ragusa diventa parte essenziale del paesaggio, il suo guardare si rende costitutivo del linguaggio stesso, fattore del senso ultimo e profondo a cui può essere ricondotta ogni vera opera fotografica. Il paesaggio del Borgo deserto è un'esperienza, non un oggetto di rappresentazione.